La musica per il nuovo mondo

Intervista video a Vittorio Cosma: un’occasione per ritornare a discutere di musica 
Fortunato D’Amico

L’intervista a Vittorio Cosma, direttore de La Grande Orchestra Del Rock del Primo Maggio, realizzata a Milano qualche giorno prima della manifestazione romana, è un’occasione utile per iniziare a discutere del mondo della musica nel terzo millennio e del suo rapporto con la cultura. Quest’anno il tema di riflessione scelto dal “concertone” è stato “La musica per il nuovo mondo – Spazi, radici, frontiere”.

Un titolo che suona di auspicio per tentare di restituire “valore” all’intrattenimento musicale, spesso decaduto a causa della mercificazione consumistica messa in atto dal sistema mediatico per questo genere di comunicazione.

Il Primo Maggio si commemora la Festa del Lavoro, ma in Italia anche la musica popolare. Una celebrazione che in questi decenni ha subito variazioni di significato sensibili. Trasformazioni semantiche, determinate, oltre che dalla mancanza di lavoro retribuito, soprattutto dalla perdita dei presupposti economici e sociali, propri del sistema produttivo industriale e della sua organizzazione culturale che per oltre un secolo ha predominato nel mondo occidentale. In parallelo i brani musicali, con i loro ritmi, armonie, parole cantate, strumenti, formazioni, inseguiranno i codici di queste evoluzioni, talvolta orientandosi verso un presunto realismo verista o al contrario in direzione di un romanticismo utopistico e fantastico. In altre composizioni il suono dei modelli che rappresentano la norma del momento, è analizzato, criticato, sconnesso, smontato, ricomposto con armonie dissonanti, secondo le regole dei linguaggi reinventati, elaborati in prospettiva di cambiamenti culturali che avvalorano e giustificano l’esigenza questa ricerca strema.

planetario-daverioAnche le parole che accompagnano gli arrangiamenti subiscono la stessa sorte. Ribelle per definizione il vinile, materiale con cui si realizzavano i mitici,il 45 giri e gli ellepi ha dato forma ai dischi e corpo concreto da accoppiare alle espressivecopertine che lo vestivano. L’avvento della finanza nei comparti economici e produttivi negli ultimi vent’anni ha determinato il rapido declino delle classificazioni sociali storiche, considerate già dai tempi di Karl Marx, e il trasferimento dell’industria nei paesi del terzo mondo. La conseguente necessità di informatizzare le nuove professionalità, ha causato il massiccio spostamento di lavoratori, prima utilizzati preminentemente per incarichi manuali dentro le fabbriche di periferia, e adesso impiegati nei moderni uffici del centro città o nelle aree prospicienti.

La musica, flessibile ai cambiamenti, si è in parte adattata alle nuove esigenze, sempre meno legate a funzioni di socializzazione, condivisione di principi etici, e sempre di più suffragate da una condizione modaiola, confezionata per stimolare consumi e atteggiamenti normalizzanti. Venduta nei CD, i nuovi supporti di memoria, meno consistente rispetto ai vecchi dischi, più adatti a spogliare la musica di “peso” e di quella importanza sociale che l’aveva caratterizzata in altri decenni.

Ora la musica si può scaricare dalla rete e riversare negli infiniti apparecchi di trasporto e lettura, messi a disposizione dalla tecnologia digitale. Da Woodstock a Ibiza: cambiano le capitali degli ideali giovanili. I concerti e gli spettacoli musicali, di ampia diffusione territoriale nei decenni precedenti, che avevano favorito i processi di socializzazione e d’incontro si diradano, lasciando spazio alle nuove ritualità promosse dall’invasione dei video clip.

Il mega evento, di larga diffusione mediatica, spersonalizzato e spettacolare, ha un impatto più interessante per un’industria musicale sempre più legata ai diritti televisivi e di sponsorizzazioni multinazionali.

In Italia, le orchestre sinfoniche che avevano caratterizzato la lunga tradizione musicale del Paese, vengono in buona parte soppresse. In tempi recenti, con l’avvento della rete e l’ingresso dei computer all’interno dell’abitazione molti tecnici sono stati occupati a svolgere il loro mestiere direttamente da casa. I software musicali hanno permesso di realizzare intere composizioni orchestrali senza l’ausilio di musicisti e di strumenti.

Un DJ con la sua consolle sostituisce i macchinosi apparti strumentali e i musicisti che prima affollavano il palcoscenico. Le migrazioni extraeuropee, l’arrivo di nuovi lavoratori e di culture de-territorializzate, hanno indubbiamente provocato uno scossone al comparto musicale, ormai adagiato dall’idea di globalizzare e di livellare le culture musicali, azzerando le differenze di ritmo e di melodia con una piatta e scialba inespressività dell’arte dei suoni. Il progressivo tracollare della crisi, e la fase di precarietà e disoccupazione che stiamo vivendo nella situazione attuale è certamente prodromo di un ciclo di rinnovazione.

Anche tra gli operatori dell’industria musicale sono cresciuti a migliaia i disoccupati e sebbene siano state celebrate proprio nella giornata dedicata ai lavoratori, le migliori canzoni e le composizioni che hanno caratterizzato la cultura italiana nel mondo a partire dagli anni settanta, rimane il fatto che la produzione musicale non è considerata dalle nostre istituzioni un bene culturale ma solo genere di consumo e distrazione.

La musica può ancora essere strumento d’innovazione, adatto a comunicare ideali e prospettive di ricostruzione del nuovo mondo e dei suoi spazi? Io credo di sì! Naturalmente dipenderà da quale progetto verrà proposto alla comunità globalizzata o anti globalizzata per capire in che direzione si muoverà il tempo e la sua melodia nelle articolazioni di urgenza distruttiva e in seconda battuta ricostruttiva a cui stiamo andando incontro.

Chissà qual’è oggi il livello di coscienza di questi fenomeni artistici legati alla musica studiati da Marshall McLuhan da oltre mezzo secolo, da parte dei grandi orchestratori mediatici. Siamo sicuri che in una società fortemente informativa e digitalizzata non esista un progetto in questo senso?

E pensare che le canzonette dei Beatles, in pochissimo tempo, hanno rivoluzionato la vita dei giovani di tutto il mondo, influenzando in modo determinate la visione contemporanea del concetto di libertà. C’è da chiedersi se davvero qualcuno dei potenti del terzo millennio non abbia pensato che la musica popolare rappresenti un serio e pericoloso strumento sovversivo, e da queste considerazioni non sia corso ai ripari calmierando la diffusione di certe tendenze musicali, confinandole in aree meno pericolose della fruizione pubblica. Ricordiamoci degli effetti prodotti dalle musiche di John Cage, Arlo Guthrie, Bob Dylan, Rolling Stones, Sex Pistols, Jimi Hendrix, e in Italia di Giovanna Marini, Pino Masi, gli Area, Demetrio Stratos, Claudio Lolli, Claudio Rocchi, Eugenio Finardi, Francesco De Greegori, sulla popolazione giovanile dell’epoca.

Pensiamo alla loro diffusione, realizzata spesso attraverso mezzi mediatici alternativi e di passa parola, come è capitato nel caso di canti popolari, mai registrati nei supporti sonori moderni ma conosciuti e cantati da tutta la popolazione.

Ma non sempre nella storia dei media l’intrattenimento musicale è stato degradato a un così basso livello di considerazione nella scala dei valori culturali come oggi si assiste guardando le trasmissioni televisive. Riguardando i programmi trasmessi dall’emittente nazionale tra gli anni ’50 e la metà degli ’70, si rimane sconcertati da come, anche nei momenti più stravaganti del palinsesto, le trasmissioni dedicate agli italiani, in parte ancora analfabeti, erano più consistenti di quelle inutili e lesive in onda nei canali televisivi attuali. Canzoncine innocue, presentate dai cantanti dell’epoca, potevano servire a sensibilizzare la gente rispetto alle tematiche generali del momento storico e consegnare qualche cosa di più di una semplice melodia da fischiettare agli utenti del servizio pubblico.

E’ forse giunto il momento, per gli autori, i lavoranti della musica e dello spettacolo, di ritornare a congegnare consapevolmente le loro creazioni , riportando l’attenzione sulla funzione di strumenti culturali, che essi comunque svolgono nel sistema sociale in cui viviamo. Bisogna provare a dare una svolta a questa caduta irrefrenabile della cultura nel nostro Paese, ognuno impegnandosi con le proprie possibilità; e hanno ragione i Ministri, gruppo musicale tra i più vivaci dell’area milanese, quando cantano:

La tua casa non vale niente
Il tuo orologio non vale niente
Il tuo vestito non vale niente
Questa chitarra non vale niente
Il tuo contratto non vale niente
La tua esperienza non vale niente
Il tuo voto non vale niente
Tanto vale provarci comunque.
(Autore: Ministri – Album: Per un passato migliore – Titolo : Comunque)

 

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