Lui è stato contestato, conpiedato, conbracciato. Irina Ryabokon Tofani racconta PAOLO TOFANI

Un giorno la natura ha fatto al mondo un regalo speciale. E’ nato Gian Paolo Tofani.

Ricca di tradizioni culturali e storiche Firenze è stata la sua culla.

Che bambino era Paolo?

Mi racconta che per molti anni è stato timido, evitava qualsiasi tipo di scontro con i ragazzini, si è picchiato una sola volta in vita sua. E’ successo che un ragazzo più grande di Paolo ha voluto insistentemente provocarlo per fare a pugni. Paolo rifiutava l’inutile sfida, ma l’altro  era così appiccicoso che gli è toccato di affrontarlo. A una condizione, però:  la rissa doveva durare solo 15 minuti, non di più. Già a quell’età Paolo era ragionevole e non voleva perdere per nulla l’energia .

I genitori di Paolo erano persone semplici. Il padre era stato militare e  nella seconda metà della vita ha fatto il postino. La madre, casalinga, operaia, imprenditrice, e tutto ciò che serviva per sopravvivere negli anni post-guerra, sovente prendeva il piccolo Paolino e lo portava con se mentre faceva le commissioni. Paolo cantava in macchina alcuni pezzi delle opere liriche. Qualcuno gli diceva che la sua  era una voce da tenore e che era necessario allenarla. La madre era molto indulgente alle urla del tenore che l’accompagnava in macchina durante i  suoi viaggi.

Da adolescente Paolo ha sentito un grande desiderio di suonare qualche strumento. La mamma, sensibile ai desideri così speciali di suo figlio, un giorno gli fece una sorpresa: gli  regalò una tromba. I soldi bastavano solo per quella. Ma la gioia di Paolo non  durò molto. I polmoni non reggevano come  quelli di Pavarotti e i vicini di casa non erano sensibili al suo nascente talento  tanto quanto  la mamma. Dopo le lamentele insistenti e l’infelice sperimentazione del piccolo Tofani…la tromba abbandonò Paolo che da allora divenne grande, più concentrato all’idea di volere una chitarra. In televisione si vedeva già il bel Elvis Presley roteare il bacino  e la voglia di diventare un giorno come lui cresceva inevitabilmente nelle teste di molti ragazzini. Paolo non era  certo un’eccezione.

Nel suo sito personale Paolo Tofani ha creato una pagina autobiografica dove racconta diverse cose successe negli anni della sua gioventù. A me piace più svelare ciò che non è scritto nelle interviste ufficiali o nelle recensioni dei critici musicali. Mi piace  l’idea di far conoscere i diversi lati di Paolo Tofani meno esposti nei mass media. Per me Paolo è un millefiori, una coda di pavone, un girasole. I petali sembrano tutti uguali, ma non lo sono. Gli amatori della musica rock e della musica degli anni 60 sanno che Tofani è comparso sulla scena professionale come un rockettaro, anche se abbastanza sentimentale. Mi raccontava che per “I Califfi” ha scritto diverse canzoni, diventate famose nel futuro; non sono melodiche e non rispecchiano assolutamente ciò che fa Paolo Tofani adesso.

Ma chi sosteneva Paolo nei suoi primi passi da musicista? La madre sicuramente, mentre il padre non era contento sul tipo di lavoro scelto dal figlio. Riteneva poco seria quell’attività che “non si addice a un uomo vero”. Eppure, Paolo  in mezzo alla folla del pubblico  ogni tanto vedeva il volto del padre che veniva, evidentemente, a gustare i successi del suo figlio. Penso sia stato comunque orgoglioso di lui, ma lo viveva in maniera riservata. Comunque, il tempo passa. Paolo incontra  personaggi interessanti e importanti del mondo musicale mentre vive in Inghilterra. So dai suoi racconti che da Derek Bailey, ad esempio, ha appreso che la musica di un chitarrista può essere molto più ricca di una semplice musica pop.  Così Paolo assaporava i primi saggi di musica non convenzionale, meno commerciale,  insolita, unica. Sarà che nella memoria profonda delle sue vite precedenti giaceva il ricordo di qualcosa già vissuto e che  in questa vita era stato dimenticato?  I grandi maestri della musica hanno toccato certe corde della sua memoria nascosta che sono entrate immediatamente in risonanza. Ora Paolo Tofani sa come e cosa tirare fuori dall’universo sonoro: qualcosa di non ripetitivo. L’ispirazione particolare, l’ha avuta da John Cage, ovvero dal suo modo di presentare la ricchezza dei suoni possibili e impossibili. Paolo ha afferrato al volo il segreto con cui dare alla sua musica qualcosa di nuovo, diverso, intenso. Non si è mai preoccupato di essere per forza accettato, col tempo si è abituato all’idea che la musica sperimentale,  ormai diventata mare in cui nuotare, per molti rimaneva  un’area di conoscenza assolutamente estranea. Ma questo è dopo. Torniamo ai tempi degli AREA. E’ ovvio che io posso sapere poco di quel periodo. Dai racconti di Paolo ho imparato che a quell’epoca  credeva nell’idea di poter stravolgere il mondo con la posizione personale, con azioni concrete, con le proteste espresse apertamente: perché no?  Solo l’esperienza gli ha fatto capire che le rivoluzioni mentali rimaste al livello delle contestazioni visive, gli scontri con la polizia, il gusto di voler valere più di una persona “normale”, non danno alla fine né il risultato che si vuole, né la sensazione di sazietà mentale e intellettuale. Si sa che il gruppo AREA era famoso per la sua posizione di sinistra. Negli anni 70 significava qualcosa. Passata quell’esperienza, Paolo Tofani decide di abbandonare ogni tipo di dipendenza politica della musica. Ha sentito a un certo punto che non voleva più scontrarsi con nessuno.

L’abbandono del gruppo AREA era stato un fulmine al ciel sereno. Oltre al discorso della politica a cui era legata l’attività del gruppo, c’era anche quello del genere musicale e dell’attività professionale. Paolo si sentiva ingabbiato dai limiti di una  tappa della sua vita che se ne andava.  La sua ispirazione alla libertà e al volo da riprendere l’hanno spinto verso il mondo in cui c’era qualcos’altro. Gli altri membri del gruppo AREA hanno vissuto male la sua scelta, la mossa di Paolo Tofani non è stata per niente gradita. Soltanto Demetrio Stratos non ha avuto una reazione brusca nei confronti di Paolo, anzi, dopo poco tempo anche lui lasciò il lavoro nel gruppo. In quei tempi Paolo frequentava Claudio Rocchi, erano amici già da tempo. E’ a casa di Claudio, che Paolo per la prima volta ha visto un uomo abbastanza giovane vestito di giallo. No, non era il colore giallo, era un colore diverso, forse, color pesca. Era attraente e ispirava fiducia. Paolo di carattere era sempre stato piuttosto dubbioso e non prendeva sul serio ciò che non lo convinceva. Così è stato anche con quell’uomo in giallo. Lo osservava, gli faceva le domande, analizzava le risposte. Grazie alle conversazioni e il desiderio reciproco di scendere ognuno nella mente dell’altro, ha conosciuto qualcosa della cultura Veda. Si tratta di una conoscenza antichissima di cui non sapeva nulla, ma che l’affascinava sempre di più. Così iniziò la nuova tappa della vita di Tofani-uomo, Tofani-servitore eterno del Signore. Un giorno Paolo lasciò la chiave nella serratura dell’appartamento che affittava a Milano, con tutto ciò che era dentro, e si recò dai suoi nuovi amici che, ormai, avevano conquistato la sua fiducia. Da allora anche lui  indossa gli abiti di color pesca. Era iniziata la nuova vita, nuove lezioni, nuove prove,  nuova musica: improvvisamente si aprivano nuovi orizzonti.

Ho conosciuto Paolo Tofani nel 2006 in un villaggio in provincia di Bergamo. Non sapevo nulla di lui, né il suo nome laico, né spirituale. L’ho solo intravisto qualche volta. La sua figura mi sembrava importante, vedevo che la gente spesso andava da lui, lo invitava, lo intratteneva per lunghe conversazioni. Non capivo se avevo interesse ad associarmi a lui in qualche colloquio, ma sapevo che era una persona inaccessibile. Così mi sembrava. Ovvero, io mi tenevo a giusta distanza. Il destino ha voluto che una sera, mentre passeggiavo, ho sentito alle mie spalle una musica suonata dal vivo. Ho voltato la testa e ho visto quel misterioso e sorridente uomo per terra, che nel giardino del villaggio  da uno strano strumento emetteva suoni usando le bacchettine di legno.   In quel momento mi sono detta:  “Che musica virtuosa! Che virtuoso uomo!”   Da allora ho imparato che lui è un musicista e qualcuno mi ha suggerito anche il suo nome, ma per me non significava molto, perché degli anni 60-70 italiani non conoscevo nulla, tanto meno gli artisti di quel periodo. Quindi, la mia conoscenza di Paolo Tofani-uomo e Paolo Tofani-musicista è avvenuta più avanti, dopo aver attraversato tutte le fasi della conoscenza umana. Ma questa è un’altra storia, non vorrei distrarmi. Se dovessi scegliere una parola, una cosa che accomuna me e Paolo, direi “India”.

Che ruolo ha l’ India nella vita di Tofani? Lui è stato attratto dai profumi dell’India che emanava la sua fantasia ancora prima di lasciare la vita laica e andare nell’ashram vedico. Nei tempi passati, quando aveva il suo famoso furgoncino Volksvagen, dentro il quale gli AREA hanno fatto diversi viaggi, dormite, risate, ha avuto la folle idea di andare in India attraversando le strade dell’Europa e dell’Asia, che spesso non erano nemmeno asfaltate. Chissà, forse, quell’esperienza gli sembrava romantica e nello stesso tempo così ribelle da sfidare ogni tipo di normalità. Tuttavia, il viaggio si è bloccato neanche a metà strada. L’arcigno Volksvagen è tornato in Italia a fare ancora i suoi servizi. Sarà che da quel percorso interrotto l’India è comunque rimasta nella mente di Tofani come un obiettivo da raggiungere, prima o poi.

Quell’occasione non è arrivata presto. L’India ha dato a Paolo Tofani non solo l’accoglienza filosofica, spirituale e culturale, ma anche professionale. Il gioiello che regalò l’India a Paolo Tofani-musicista fu il Raga, classico stile indiano diffuso in quel paese ed eseguito dai grandi maestri che Paolo ha voluto conoscere  personalmente. Ha studiato e apprezzato questo stile perché  in linea con lo stato d’animo di allora che chiedeva di sperimentare la libertà interiore e nello stesso tempo di conoscere le  regole che aiutano a sentirsi protetti all’interno delle regole stesse. Lo stile Raga l’ha ispirato a inventare uno strumento strano, mai esistito prima sulla terra, pche gli ha consentito di lavorare con in diversi stili musicali. La sua Trikanta Veena ha tre manici, 36 corde è ha dietro una lunga storia lunga che merita di essere raccontata a parte.

Non so se è stata l’India a influenzarlo, magari, Tofani è sempre stato così, ma la sua testa non riusciva ad assimilare l’idea che “il lavoro è lavoro”. Paolo dice spesso che lavoro per lui deve essere un divertimento. Quando smette di essere tale, lo molla. Non sopporta quando il lavoro lo schiaccia con i suoi numerosi compromessi. Se i compromessi gli tolgono il fiato e il senso di libertà, si sente soffocato. Più lo conosco, e più lo vedo abbracciato dalla libertà; è una sua amica che lui apprezza e ringrazia. Non l’abbandona mai né per i soldi, né per qualche tipo di convenzione materiale, né per il successo. Non ci sono le cose più importanti della libertà dell’animo, della libertà di scelta, della serenità interiore. La sua concezione di libertà è sicuramente arricchita dalla conoscenza vedica, antica conoscenza con innumerevoli saggezze. In questo capisco e sostengo Paolo pienamente. Anche per me la libertà è essenziale. E’ quella libertà che è “per” e non “da”. E’ la libertà per creare qualcosa, per fare o non fare qualcosa, per decidere qualcosa, per aiutare qualcuno e così via. Non è la libertà che spinge a scappare dagli impegni, dalle persone, dalle cose, dalla responsabilità, dagli affetti e così via. Si può scappare e sentirsi liberi, ma si può correre verso gli obiettivi chiari. Sono due libertà diverse. Di Paolo Tofani si può parlare a lungo e lo farò ancora. Questa volta finisco con una piccola “morale della favola”. Paolo ha tante sfaccettature, ma una cosa lo caratterizza particolarmente: è un uomo senza età. Quando intraprende l’escursione della  sua vita, spostandosi dalle suore con cui ha vissuto diversi anni da piccolo, fino alla sua testa rasata sulla quale non vuole più i capelli, io sento che ho a che fare con un uomo senza la distinta differenza tra Paolo-bambino, Paolo-ragazzino, Paolo-trentenne, Paolo-maturo, Paolo-adulto. Non mi verrà mai in mente di unire la parola “anziano” al suo nome. Ha la mentalità tale che gli permette di rimanere sempre giovane, fresco, pieno di idee ed energia interiore. Sono felice di essere a fianco di un uomo per cui sono disposta a dare tutti i miei sentimenti, capacità ed energie.

dal blog culturanatura lastampa.it

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