Il Festival di Sanremo e le donne… intervista a Marina Rei, Paola Turci, Vittorio Cosma

Fortunato D’Amico

INTERVISTA A VITTORIO COSMA

IL FESTIVAL DI SANREMO E LE DONNE…

Che cosa sarebbe l’Italia senza il Festival di Sanremo?

Forse una nazione sprovvista di un valido strumento di conoscenza antropologica, da utilizzare per studiare i costumi e le tendenze degli italiani? Certamente si!

Come potrebbe essere diversamente se ogni anno i media continuano a interessarsi a questa kermesse e la popolazione dei telespettatori, dei radioascoltatori, e anche di chi invano tenta di ignorarla, si schiera per esprimere appassionatamente il proprio parere. Eccitazione, indifferenza, sofferenza: sono questi, in generale, i sentimenti espressi correntemente nei confronti dei cantanti e dei motivi musicali presentati dal palco dei fiori a partire dal secondo dopoguerra.

Se immaginiamo la storia del nostro paese raccontata con i documenti e le immagini di questa manifestazione canora, da sessantaquattro edizioni protagonista indiscussa delle tradizioni del tricolore, potremmo scrivere un racconto veritiero delle attitudini della nazione, delle crisi sociali ed economiche, dei comportamenti e dei costumi popolari dai nostri nonni sino a oggi.

Analizzando, le figure femminili delle cantanti e delle loro canzoni sanremesi, avremmo davanti a noi il prospetto del cambiamento del ruolo della donna nella società italiana. La storia del Festival, infatti, inizia proprio da una donna: Nilla Pizzi.

Era il 1951 quando per la prima volta si levarono le voci canterine dalla Riviera dei Fiori che avrebbero viaggiato nell’etere e raggiunto le case del Bel Paese attraverso la radio, oggetto di culto e di comunicazione di massa in voga in ogni appartamento ancor prima della seconda guerra mondiale.

A quell’epoca le rappresentanti del gentil sesso facevano a gara per ricevere la nomination di provette casalinghe, maniache della pulizia, consumatrici di detergenti, mamme scrupolose e mogli devote, custodi del focolare domestico, o meglio il suo surrogato: la televisione. Questo elettrodomestico, insieme con gli altri immessi nel mercato negli anni sessanta, avrebbe rivoluzionato la vita delle famiglie e dell’intero sistema sociale.

La donna negli anni cinquanta era la mamma per antonomasia. Una moderna Cenerentola autorizzata a sorvegliare l’ingresso della casa e impedire l’accesso a chiunque entrasse senza togliersi accuratamente le scarpe e senza indossare le pattine per vivere l’emozione di scivolare dolcemente sul pavimento incerato a specchio.

Era iniziata l’epoca, mediatica e consumistica, in cui la donna avrebbe conquistato un ruolo centrale nella comunicazione del progresso economico. Velocemente trasformatasi da angelo della casa a regina dei consumi, divenne obiettivo prediletto dei pubblicitari e delle loro strategie di marketing, che nel giro di qualche decennio inventarono formule e prodotti adatti a consentirgli di riconoscersi nei modelli di femminilità.

La donna entrava nel mondo del lavoro e conquistava la sua autonomia nei confronti del maschio, anch’esso in procinto di rivedere la sua cultura.

Che sorpresa quella sera del 31 gennaio quando Nunzio Filogamo, presentatore del Festival, annunciò che una donna, Nilla Pizzi, accompagnata dall’orchestra diretta da Cinico Angelini, aveva conquistato il secondo posto con la canzone La luna si veste d’argento.

Subito dopo successe l’incredibile: Grazie dei fiori, l’altro brano cantato ancora da Nilla Pizzi, aveva vinto la prima edizione del Festival di Sanremo.

Lei, rimasta vedova di guerra giovanissima, diventò un mito per la sua generazione. Intraprese una carriera atipica per quell’epoca, e sfidò le convenzioni e le dicerie attribuitegli dai malpensanti a causa di quella professione così poco conforme ai canoni del tempo.

Fu accusata dai dirigenti della radio fascista è sospesa dal servizio per due anni perché la sua voce, considerata troppo sensuale ed esotica, portava scompiglio al nucleo famigliare. Rappresentò in anticipo un esempio di autonomia e di distacco dai modelli convenzionali proposti dal sistema. La sua figura è stata un importante riferimento per le ragazze della sua generazione alla ricerca di una via verso l’emancipazione e l’indipendenza.

Il successo discografico di Nilla Pizzi non si limitò soltanto a quel Festival, conquisto il podio più volte e l’anno seguente, nel 1952, occupò tutti i primi tre posti della classifica cantando: Vola colomba, Papaveri e papere, Una donna prega. Bisognerà aspettare l’arrivo di Mina dieci anni dopo per vedere gli effetti lenti di un sovvertimento di costumi che avrebbe coinvolto il corpo, i sessi e le istituzioni famigliari.

Le mille bolle blu, interpretata l’anno successivo alla sua prima partecipazione al Festival, è un inno all’essere femminile liberato dalle briglie costrittive . Il suo agitarsi dolcemente sul palco al ritmo della musica darà forma fisica al sentimento di leggera effervescenza che invade i pensieri della gente all’inizio del boom economico.

Due anni dopo la sua relazione con un uomo già sposato, l’attore Corrado Pani, originerà uno scandalo di proporzioni esagerate.

Gli influssi della beat generation sono ormai nell’aria e segnalano che qualcosa sta cambiando, non solo nella cultura giovanile.

La sedicenne Gigliola Cinguetti, nel 1964 vince il Festival con Non ho l’età (per amarti), una canzone adolescenziale che “saggiamente” constata che non è ancora giunta l’ora del passaggio dall’amore platonico a quello peccaminoso, ed è ancora necessario tenere a bada gli ormoni, sino al raggiungimento della maggiore età.

Le brave ragazze minorenni non dovranno aspettare  molto per fare sesso: il vento caldo della Summer of Love  nel 1967 arriva soffiando forte da San Francisco e in poche settimane spazzerà le antiquate consuetudini, promuovendo una rivoluzione sessuale che cambierà per sempre il ruolo della donna nella società contemporanea e  l’impostazione della famiglia classica.

Ma nella società sono ancora vive le tendenze conservatrici. Al Festival esplodono nel 1970 in pieno clima di contestazione, quando Claudia Mori insieme al marito Adriano Celentano propone una canzone retriva e non rispettosa dei problemi della crisi sociale e dell’occupazione, spiazzando tutti con un testo qualunquista e bigotto, che proclama Chi non lavora non fa l’amore, rivelando un’incredibile nonchalance sulla natura dei problemi e del disagio in corso nelle grandi città industriali del Nord Italia.

La controrisposta  non è “leggera” e non tarda ad arrivare. Anna Identici nel 1972, infrange il cliché della canzone d’amore e canta  

Era bello il mio ragazzo, un motivo dedicato alle morti bianche sul lavoro, incidenti frequenti in quel periodo  nella vita quotidiana degli operai e dei muratori.

Al Festival, sei anni dopo, i tabù sessuali sono definitivamente infranti dallo stile androgino della minorenne Anna Oxa che si presenta con Un’emozione da poco, scritta per lei da Ivano Fossati  .

Il suo look stile punk, creato appositamente da Ivan Cattaneo, diventa negli anni ottanta il manifesto estetico di molte adolescenti. Il sogno della donna romantica, in attesa di indossare l’abito talare, è ormai un ideale svanito per gran parte delle ragazze italiane.

In questo senso Mia Martini e Loredana Bertè, le sorelle trasgressive della canzone nostrana, sono forse le più valide rappresentanti della ribellione  contro l’immagine consuetudinaria della donna, iniziata nel ventennio precedente. L’opinione pubblica accentrerà su entrambe le congetture negative e i pensieri contraddittori riservati alle donne insofferenti, quelle che non hanno accettato di diventare signore, ma hanno deciso di rimanere a combattere una guerra che non è mai finita. La prima delle sorelle arriva al festival nel 1982, dopo un lungo percorso di esperienze vissute negli anni sessanta che l’avevano resa popolare e protagonista della cronaca alternativa romana.

Quell’anno Sanremo istituisce il premio della critica, e Mia Martini lo vincerà con E non finisce mica il cielo,  di Ivano Fossati.

Performativa è invece la partecipazione di Loredana Bertè al Festival del 1986, destinata a suscitare scalpore e reazioni critiche tra il pubblico e  i giornalisti,  a causa di una simulata gravidanza inscenata sul palco.

Via di questo passo, facendo lo slalom in mezzo alle tante cantanti che hanno dato il loro contributo al dibattito sulla condizione femminile, giungeremo sino ai giorni nostri, quando per la prima volta un gruppo di musiciste,  diretto dal maestro Vittorio Cosma e composto da Paola Turci, Marina Rei e Laura Arzilli, ha suonato accompagnando Riccardo Sinigallia, mentre cantava   Ho visto anche degli zingari felici di Claudio Lolli.

Ognuno, seguendo l’impostazione data a questo breve racconto, potrà, navigare su Internet e rintracciare filmati, fotografie, interviste, e quant’altro è utile ad aggiornare, ampliare, continuare il viaggio culturale, dentro la lunga storia sanremese che non si appresta a finire.
INTERVISTA A MARINA REI



E’ stato difficile il tuo ingresso professionale nell’ ambiente musicale  prevalentemente  frequentato da musicisti? 

Diciamo abbastanza naturale. Siamo una famiglia di musicisti, mia madre è violinista, mio padre è batterista. Questo mestiere è qualcosa che ho voluto fare, senza sentirmi obbligata.
Quindi, sei stata accettata subito?  

Si, anche se c’è sempre in atto una questione culturale relativamente al ruolo dell’uomo e della donna in ogni ambito, non solo nella musica. Dal momento in cui è iniziata la rivoluzione femminile, le donne hanno avuto la possibilità di essere libere di esprimersi apertamente nella cultura, nell’arte, nella politica; contro questo tipo di donna è stato talvolta puntato il dito. Molte cantanti non sono musiciste o cantautrici, ma questo non è assolutamente un male: è un fatto. Personalmente penso che sapersi accompagnare con uno strumento possa essere utile: strimpellare, mettere due note sul piano forte mi aiuta a scrivere le canzoni. La questione della batteria per me è una faccenda di sangue. Ho sempre suonato le percussioni, anche se all’inizio non mi sono avvicinata alla batteria per tenermi lontana dal mondo di mio padre. Avevo paura di fare il passo più lungo della gamba, ma poi ho capito che la ritmicità è una caratteristica che mi contraddistingue e fa parte di me anche nel cantato.


Chi suona la batteria, tiene la direzione del gruppo. Questo strumento ti ha consentito di avere un ruolo di leader quando lavori con gli altri musicisti?

Quando suono con la band non ho un atteggiamento da cantante ma da musicista integrata in un gruppo. E’ chiaro che impostare il concerto con le canzoni che ho scritto e musicato suggerisce, in questo senso, la posizione di qualcuno che deve fare il leader.Oltretutto la batteria è lo strumento che traina l’insieme dei musicisti e anche se non sarò mai una batterista tecnica, come mio padre, ho trovato un mio modo di suonare riconoscibile e avvincente, che coinvolge anche chi suona con me. Sono tante le batteriste bravissime, ma la mia caratteristica è di riuscire a cantare e suonare insieme.
Le donne hanno cambiato qualcosa nella musica italiana da quando sono diventate cantautrici e musiciste?

Certamente. Essere interpreti è comunque difficilissimo, ad esempio io ho difficoltà a interpretare un brano scritto da un altro autore, eccetto che non mi riconosca nell’impostazione vocale e possa in qualche modo farlo mio. E’ questo il caso di una canzone che ho riprodotto,”Il mare verticale”, di Paolo Benvegnù. A parte questo cerco sempre di scrivermi quello che canto. In questo modo posso ritagliarmi il pezzo addosso. Il fatto di essere una cantautrice implica un approccio vocale diverso. Ci sono interpreti sia maschile che femminili di grandissimo livello; ma comunque c’è una differenza, e sicuramente credo che la donna quando scrive lascia un segno completamente diverso da quello maschile.

Una donna come Caterina Caselli che cosa, secondo te, ha cambiato nel background discografico nazionale?

Parecchio, oltre la sua carriera di cantante e musicista (suona il basso), secondo me segue i suoi artisti con una bravura tale da non essere paragonabile a nessun altro professionista italiano del settore. Le sue osservazioni sui testi, sugli arrangiamenti, sono sempre precise, mai casuali, ma in un certo senso anomale per un discografico; probabilmente essendo lei cantante, musicista e artista, ha una sensibilità diversa.


Sei consapevole di essere un modello per tutte quelle donne che si sono avvicinate in questi anni al mondo della musica accompagnandosi con uno strumento?

Ciò che posso dirti è che ho visto, da quando ho cominciato a esibirmi, dare molta più attenzione alle percussioniste. Non mi prendo il merito di questo, perché ci sono sempre state donne che suonavano la batteria, ma nonostante ciò vedo che solo ora molte altre iniziano ad avvicinarsi a questo strumento.
Cosa, secondo te è cambiato nell’immagine della donna dai primi Festival di Sanremo che ricordi di avere seguito ad oggi?

Secondo me non è cambiata tanto la donna, ma il resto della circostanza che gli ruota attorno: è cambiata la società.
Trovi delle affinità con qualche altra donna che appartiene al mondo discografico italiano?

Non so ci dovrei pensare un attimo, ma parlando di Caterina Caselli, non ho mai escluso la possibilità, avendo una predisposizione imprenditoriale, di potere un giorno cambiare mestiere e seguire un percorso come discografica.
Che senso ha la scelta di esibirsi a Sanremo con la canzone di Claudio Lolli, “Ho visto anche degli zingari felici”, suonata e cantata da un gruppo femminile insieme a Riccardo Sinigallia? 

Claudio Lolli è rivoluzionario, e rivoluzionario è anche il fatto che le donne oggi cantino questa canzone, che esprime un certo tipo d’impegno politico, sociale e di pensiero. Io direi che è una rivoluzione nella rivoluzione. È un grande prestigio cantare questo brano, tra l’altro molto difficile da suonare, cantare e interpretare, al contrario di come invece potrebbe sembrare. Claudio Lolli, appartiene a un’altra generazione, quella degli anni settanta, in cui la spinta politica e sociale era molto diversa da quella di oggi. Io sono sempre stata di indole rivoluzionaria, così come lo sono da musicista. Sono sempre per la verità, anche quando può non essere gradita.
Allora sei anche consapevole della cultura e degli ideali che agitava la generazione di Claudio Lolli?

Si, e sento di poter portare addosso questo messaggio.
INTERVISTA A PAOLA TURCI



Il tuo ingresso nel mercato discografico negli anni ottanta avviene in un momento storico di riflusso culturale. Esordisci con un progetto musicale, caratterizzato dalla presenza di testi interessanti, che riguarda proprio la donna. 

Si, la donna che si  relaziona con la canzone d’autore. Nei primi cinque o sei anni di attività professionale nell’ambiente musicale, il pubblico e la critica mi scambiavano per una cantautrice, pur essendo io un interprete. Pensavano fossi  l’autrice delle canzoni che cantavo.

È divertente che quando invece ho iniziato a scrivere i miei brani, mi hanno chiamata interprete.

Sono stata probabilmente una delle prime donne a voler lavorare sulla canzone d’autore, su una canzone che avesse un peso, una motivazione, e non fosse semplicemente un brano da jukebox, senza nulla togliere a questo mitico oggetto della cultura musicale.

Sono cresciuta con il jukebox, ascoltavo i  pezzi di Mina, Ornella Vanoni;  ho adorato gli  interpreti e i cantautori fin da piccola e ho sempre pensato che la musica fosse qualcosa di serio e importante. Quando nel 1989 sono arrivata a Sanremo ho cantato “Bambini”, una canzone che ho scelto e voluto fortemente.Tra gli altri pezzi che mi hanno proposto c’era “Almeno tu nell’universo”; grazie al cielo l’hanno data a Mia Martini e proprio quell’anno e insieme abbiamo vinto il premo della critica.
Come hanno contribuito le donne a cambiare la canzone d’autore italiana? 

Credo che le donne che hanno intrapreso un tipo di percorso come il mio, hanno  anche rifiutato il pezzo facile e il l ritornello. Abbiamo evitato la frequentazione di certi ambienti, non per snobbismo ma proprio perchè non era ciò che volevano promuovere. Abbiamo rinunciato ai successi cosiddetti facili, quelli dell’estate, anche se certamente ci sono dei periodi della vita, come è capitato a me, in cui scegli di avere anche una parentesi molto pop e leggera di contenuti.

Come ha reagito l’ambiente discografico al cambio dello stereotipo femminile? 

L’ambiente della musica era prettamente maschile: non c’era una donna fonico, una donna discografico; soltanto più tardi Caterina Caselli è diventata la numero uno della discografia italiana. Per quanto mi riguarda da questo punto di vista ho vissuto degli anni difficili, spesso emergeva una differenziazione tra i sessi e la donna era sempre quella che  contava di meno. Intorno a me ho iniziato a vedere ragazzine che dovevano reagire brutalmente per imporsi; io non ho accettato compromessi,  ma ho sempre cercato di mediare tra il rispetto e la determinazione, sapevo ciò che dovevo fare e l’ho perseguito.
Caterina Caselli: una donna  con una missione speciale. Cosa puoi dirmi di lei?

Non conosco Caterina da molto, ci siamo incontrate anche qui, a Sanremo.  Lei collabora con Riccardo Senigallia con il quale io duetto.

È una donna delicata, straordinaria, molto educata. Come discografica lavora veramente bene, è consapevole di ciò che fa e di chi ha di fronte, soprattutto si è dedicata all’inedito e alla produzione di  artisti nascenti.
Il pezzo che suonate insieme a Riccardo Sinigallia è il  simbolo della generazione che negli anni settanta contestava il  il festival,  è un brano atipico per questa manifestazione. Claudio Lolli non si sarebbe mai sognato di  vederlo cantare a Sanremo. Inusuale è ancheche siano tutte donne a suonarlo. Com’è siete riuscite in tutto questo?

È stato molto naturale. Conosco Marina da tanti anni, abbiamo fatto una bellissima turnè insieme. Lei è una bravissima musicista e l’unica batterista e cantante donna che abbiamo in Italia. Riccardo Senigallia è stato molto fortunato perchè ad accompagnarlo ha una grandissima bassista: sua moglie . Quando hanno chiesto a Riccardo di scegliere un brano del cantautorato italiano, la sua scelta è caduta subito su un pezzo di Claudio Lolli. È stato bello che abbia deciso di interpretare insieme a noi “Ho visto anche degli zingare felici”, canzone che aveva gia prodotto e cantato con Luca Carboni.
C’è una cantante donna a cui ti sei ispirata? 

Si. Fin da piccola è stata Patti Smith, la donna che mi ha cambiato lavita. A 15 anni, dopo esser rimasta scioccata dai Rolling Stones, ho visto le sue esibizioni e ho capito ciò che anche io avrei voluto fare.

www.lastampa.it/blogs/culturanatura

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