Nutrirsi di Paesaggio -Salone del Libro 2014, Torino

7 pubblico

Durante le giornate del Salone Internazione del Libro 2014, allo stand verde con piante e ombrelloni dell’AIAPP (l’associazione italiana architetti del paesaggio), abbiamo avuto l’occasione di parlare del paesaggio in tutte le sue declinazioni; e non a caso lo stand portava il titolo/motto “Nutrirsi di Paesaggio”.

Il tema del dibattito non è affatto velleitario o di second’ordine come si potrebbe pensare, perché parlare di paesaggio oggi vuol dire parlare di questioni fondamentali per la nostra stessa permanenza su questo pianeta, come la riconfigurazione degli spazi urbani, lo sfruttamento oculato del suolo, la salvaguardia della biodiversità, il mantenimento della bellezza sotto i nostri occhi, il riaffidare un ruolo di primo piano alle nostre campagne e alla natura in generale, e altro ancora. Lo spazio in cui viviamo ci plasma e ci determina nel profondo in quanto esseri viventi e identità coscienti; salvaguardare il paesaggio significa oggi salvaguardare l’uomo.

La città, luogo elettivo dello stanziamento umano nella nostra epoca, occupa una posizione centrale in questo dibattito poiché è sul paesaggio urbano che si devono concentrare gli sforzi per ricercare nuove configurazioni, per ritrovare un’idea di bellezza funzionale tornando a contenere la natura come sua parte integrante. L’importante architetto tedesco del paesaggio Andreas Kipar, che lavora da anni in Italia, e particolarmente nella città meno verde del Paese, Milano, ha esposto in un brillante e partecipato intervento la sua ricetta per trasformare le città. Il concetto da cui parte Kipar è la frammentazione, intrinseca nell’esistenza umana contemporanea, e trasmessa in simbiosi nello spazio urbano. Questa non è un limite per l’architetto tedesco, anzi la frammentazione diventa la chiave di volta per modificare gradualmente le città stesse. Tradotto in progetti e azioni concrete questo significa che piccole opere facili da attuare nell’immediatezza e dislocate su più angoli cittadini contribuiscono in modo più efficace e veloce a dare un nuovo volto verde e vivibile della città. In questo modo il progetto diventa processo di continua trasformazione, che si sposa perfettamente con l’irriducibile fluidità del nostro vivere la contemporaneità. Kipar, e prima di lui l’autore del libro Green Islands in the city (Jovis Publishers) Kamel Louafi, presentato da Andreas nel suo dialogo, chiamano queste opere isole verdi. Isole che sono anche oasi di intimità in uno spazio condiviso, oasi emozionali e bypass di rinnovamento continuo per organismi vecchi come le città post-industriali. Non è più possibile, o meglio non più realizzabile, una riprogettazione da zero degli insediamenti urbani, ma è possibile coltivarli, riformarli poco per volta. Per questo motivo, l’architetto del paesaggio tedesco-algerino Louafi, facendo riferimento alla fluidità continua della vita cittadina, e alla frammentazione di spazi e tempi delle singole persone, ha concepito l’ideazione di 25 isole verdi da impiantare facilmente nelle città. Per fare questo si è rivolto a 25 grandi architetti del paesaggio commissionando ad ognuno il proprio personale progetto. Un’idea così stimolante non ha potuto che fare breccia nella creatività dei 25 professionisti. Lo stesso Kipar ha ammesso di essersi immerso in un “gioco creativo” nella progettazione della sua isola, concepita come una sovrapposizione di cerchi all’interno dei quali viene disposta una molteplicità di colori e profumi attraverso fiori e piante, per accogliere in armonia la complessità della società contemporanea.

Anche Anna Lambertini, fondatrice dello studio di architettura del paesaggio Limes e scrittrice, presentando allo stand AIAPP il suo libro Urban Beauty – Luoghi prossimi e pratiche di resistenza (ed. Compositori) ci ha illustrato una serie di esperimenti riusciti in Europa che sembrano seguire lo stesso concetto di oasi in città di Louafi. Le abbiamo chiesto quale sia la sua idea di giardino urbano contemporaneo: “Il giardino urbano deve poter contenere una molteplicità di materiali che fino a poco tempo fa non erano ammessi nel concetto di giardino. Parlo di materiali duri, di provenienza urbana appunto, e a questo proposito bisogna fare un lavoro culturale del tutto nuovo, bisogna reinventare dei modelli, reinventare una cultura del progetto ed aprirsi a materiali inconsueti, reinterpretando di fatto un nuovo clima estetico contemporaneo.” Ma è possibile mantenere una biodiversità peculiare alle varie zone di progettazione? “Sì – risponde Anna Lambertini – poiché ogni città, come ogni sistema ambientale, ha caratteristiche peculiari; è con queste caratteristiche che deve sposarsi il progetto, riuscendo così sempre diverso e personalizzato. Inoltre – aggiunge l’architetto – stiamo osservando un ritorno allo studio del verde da parte dei tecnici, che ci porterà ad una maggiore consapevolezza della biodiversità di singole città o aree geografiche.”

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Due città che in questo momento sono legate da molteplici fattori, vedi la progressiva scomparsa dell’industria automobilistica nella fusione dei due colossi appartenenti alle rispettive città, stanno anche condividendo una vera strategia di rinascita in questo senso, avendo attuato un massiccio intervento di incremento e riqualificazione degli spazi verdi: sono Torino e Detroit. Ospiti di un interessante dibattito allo stand AIAPP sono stati Dan Petera, architetto americano del paesaggio, protagonista del progetto Detroit Future City, e Piero Fassino, sindaco di Torino e continuatore della riqualificazione della città in senso culturale, ambientale e turistico. Petera sembra essere d’accordo con Anna Lambertini quando afferma che le nostre città sono uniche, e bisogna tornare a celebrare questa unicità, anche se talvolta l’emblema di tale unicità è nascosto sotto strati di massificazione coatta dovuta agli ultimi decenni. È compito dell’architetto quello di ricercare tracce di unicità e celebrarle nella trasformazione delle città. Il sindaco Fassino ha poi esposto i motivi del successo di Torino e ciò che si sta facendo per incrementarlo. Infatti Torino è secondo lui una “metafora felice di come una città possa reinventarsi nell’epoca di grandi mutamenti repentini della globalizzazione – e continua dicendo che – Torino è stata l’unica factory town italiana, ed ha contribuito fortemente nel processo di industrializzazione del paese. Con l’avvento della globalizzazione, che ha fatto saltare i filtri protezionistici che avevano salvaguardato la filiera produttiva fino alla fine del ‘900, la città ha dovuto reinventarsi una identità, passando da una sola vocazione (quella della produzione industriale) a una pluralità di vocazioni.” Una pluralità di vocazioni in grado di adattarsi, aggiungiamo noi, al necessario cambiamento strutturale della città, che aveva visto svuotarsi in pochi anni 10.000.000 di metri cubi di superficie industriale, riferendosi quindi alla Ricerca, alla specializzazione tecnologica, all’Università, al turismo, alla cultura. E tornando a parlare di paesaggio, Fassino chiude affermando che il motore di tutto questo processo è stata la trasformazione di tutti i metri cubi dismessi dall’industria, che sono passati da “simbolo del declino” a risorsa vitale per il cambiamento, “perché bisogna essere capaci oggi di costruire il futuro in un continuo cambiamento.”

Abbiamo appena visto un caso di committenza pubblica particolarmente efficace e lungimirante, ma cosa succede quando il committente è privato? Per premiare i committenti più virtuosi e lungimiranti è stato costituito il premio Dedalo-Minosse, giunto quest’anno alla 9ᵃ edizione sotto la presidenza di Bruno Gabbiani (presidente di ALA – Assoarchitetti). Il premio è da sempre organizzato nei luoghi palladiani nei pressi di Vicenza, con premiazione nel Teatro Olimpico di Vicenza, ed è l’unico concorso internazionale che premia la committenza di progetti architettonici, diventando in breve tempo un punto di riferimento mondiale con partecipazioni illustri da più di cento Paesi. Hanno partecipato al dialogo tre grandi committenti piemontesi come Laura Zegna (nipote di Ermenegildo e presidente del progetto Oasi Zegna), Consolata Beraudo di Pralormo (Contessa proprietaria del castello di Pralormo, ideatrice e fondatrice dell’evento Messer Tulipano, quando si aprono le porte del magnifico parco del suo castello inondato dai tulipani) e Alberto Chiarlo (figlio di Michele Chiarlo e direttore marketing dell’omonima etichetta di vini piemontese). È proprio ad Alberto che abbiamo fatto alcune domande sulla sua esperienza di committente. Subito ci ricorda una frase che spesso gli diceva suo padre: “La propria casa, dentro è tua, fuori è di tutti.” Questo è il monito che ha spinto la seconda generazione ad investire artisticamente sul paesaggio della propria vigna e delle colline circostanti, in due progetti principali: Il primo vede il collegamento tra arte e vigna, con un primo intervento nel 2003 con quattro opere permanenti dedicate ai quattro elementi, che continua con l’installazione delle cosiddette teste segnapali, riprendendo una tradizione piemontese che usava delle sculture di pietra dipinte come volti e piantate sui pali della vigna. In questo modo, ci dice Alberto Chiarlo “abbiamo permesso alla gente di camminare per le vigne godendo contemporaneamente dell’arte.” Il secondo progetto si è focalizzato sulla ristrutturazione nel 2011 della Borgata di Cerequio, all’interno di una vigna di recente acquisizione, andando a creare una struttura alberghiera di eccellente qualità chiamata Palas Cerequio dedicata al Cru di Barolo della stessa vigna e al relax. La ristrutturazione, sotto il disegno della moglie di Alberto, architetto, ha previsto il recupero della struttura barocca a cui è stata affiancata una selezione di opere di design contemporaneo. Nonostante qualche timore nei confronti delle tradizioni e del conservatorismo tipico delle Langhe, l’impatto di questi progetti è stato da subito positivo, “è stato un modo per avvicinare la gente, e soprattutto i bambini, nel parco in vigna, e gli stranieri, nel Resort, al nostro mondo” ci confessa soddisfatto Alberto. Proviamo a domandare se questi investimenti su prodotti adesso così poco considerati nella società, come l’arte e il paesaggio, abbiamo avuto un riscontro positivo anche a livello di fatturato, e senza dubbi il direttore marketing Chiarlo ci risponde che “ogni anno vendiamo un numero superiore di bottiglie, così come cresce ogni anno il valore di ogni singola bottiglia.” Un bell’esempio da condividere affinché faccia da stimolo per altri imprenditori.

Scendendo ancora di più nel particolare, possiamo osservare come sempre più singoli individui decidano di dedicarsi alla coltivazione di personali angoli di bellezza, magari sul balcone della propria abitazione. Stiamo parlando del fenomeno degli orti urbani, ritornato talmente di attualità da aver spinto tra gli altri Vittorio Castellani (event designer) e Francesca Evangelisti (account manager) a creare un festival degli orti contemporanei chiamato OrtinFestival. L’evento, che si terrà nel Potager Royal della Reggia di Venaria dal 30 maggio al 2 giugno, sarà una quattro giorni di esposizioni open air , showcooking live e tanto altro.

Ma c’è chi dimostra che il benessere provocato dal verde, dalla natura e dal paesaggio abbia effettivi riscontri scientifici, e possa anche coadiuvare i farmaci, se non addirittura limitarne l’uso, nella cura di pazienti affetti da molteplici malattie. Ce ne hanno parlato Elena Accati e Andrea Vigetti (Università di Torino e AIAPP) presentando il libro di Richard Macbey edito in Italia da Einaudi con il titolo Natura come cura. Due concetti sono stati presentati a questo scopo; Horticultural therapy e Healing gardens. Entrambi vengono adottati come strumenti di recupero e guarigione dei pazienti, la prima occupando il malato in attività a contatto con la natura, i secondi facendolo immergere in luoghi di bellezza e pace in grado di allentare tensioni e portare in stati di profonda calma. In un’intervista al termine del loro intervento allo stand AIAPP i due professori ci spiegano che già dalla fine del ‘700 gli ospedali prevedevano organicamente degli spazi verdi al loro interno, e che addirittura gli egizi conoscevano le capacità terapeutiche dei giardini, ma con il processo di urbanizzazione delle città le aree verdi hanno visto sempre meno spazio anche negli ospedali. Caso emblematico è l’ospedale Mauriziano di Torino, che ha progressivamente sottratto spazio al verde per l’ingrandimento della sua struttura. Oggi però è attivo un progetto di Laurea magistrale in Progettazione aree verdi e paesaggio tra l’Università di Torino, Genova, Milano e il Politecnico di Torino per riportare spazi verdi funzionali al recupero dei pazienti all’interno dell’ospedale.

Sono stati giorni intensi di dialogo e riflessione, ma soprattutto di sensibilizzazione al tema del paesaggio in tutte le sue forme, poiché il paesaggio nutre l’umanità, e l’umanità nutre il paesaggio.

Emilio Dal Bo

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