INTERVISTA ALL’ARCHITETTO DEL PAESAGGIO PAOLO MIGHETTO: Quale paesaggio per l’Italia oggi?

paolo mighetto intervista su paesaggioPaolo Mighetto è Architetto impegnato da circa venti anni nella missione archeologica presso il sito UNESCO di Hierapolis di Frigia – Pamukkale in Turchia e Paesaggista membro dell’A.I.A.P.P. (Associazione Italiana Architetti per il Paesaggio). È in quest’ultima veste che lo incontro oggi per discutere sulle problematiche relative al paesaggio in Italia e sulle nuove scelte da fare per un cambiamento di rotta.

 

Emilio Dal Bo: Aiutaci a capire una questione fondamentale; che cosa viene considerato paesaggio in Italia?

emilio dal bo intervista paesaggioPaolo Mighetto: Innanzitutto bisogna considerare che noi italiani siamo spesso portati a considerare il paesaggio come ad un panorama in cui l’azione dell’uomo è assente o presente in minima parte. Questo è un primo errore perché ci porta a pensare al paesaggio come ad un luogo esclusivamente naturale, da preservare immutato nel tempo, quando invece esso è un’entità vivente che evolve di pari passo con l’evoluzione della società che lo plasma. E ci fa commettere un secondo errore che ci porta ad escludere completamente i nostri centri urbani dal dibattito intorno al paesaggio. Le nostre città sono invece paesaggio, e come tali devono essere prese in considerazione anche, e oggi soprattutto, da questo punto di vista. Anzi, le nostre città sono i luoghi in cui oggi maggiormente si concentra il paesaggio costruito e trasformato dall’uomo.

EDB: In che modo abbiamo appreso quest’abitudine sbagliata?

PM: L’Italia ha svolto un ruolo fondamentale nella scoperta dell’antico e nello studio che ne è derivato da parte di tutta Europa, e del mondo intero. Tra i luoghi culla del mondo antico, già a partire dal Seicento l’Italia era il posto più semplice da raggiungere e visitare per lo studio delle antichità, e venne, peraltro, per molto tempo considerata una Arcadia rediviva. È già a partire dalla metà del XVII secolo che il  francese Antoine Desgodetz rileva in modo scientifico il Pantheon individuandolo come unicum e monumentum, ma è con gli scavi di Ercolano e Pompei che si scatena una vera e propria mania per la rovina e per l’antichità. Non solo nasce nel corso del XVIII secolo una volontà tassonomica dello studio dell’antico, ma nascono anche movimenti artistici dichiaratamente votati alla riscoperta dei valori classici e alla loro celebrazione; pensiamo al Classicismo tedesco, al Neoclassicismo, e al Romanticismo, che sposerà invece il lato dionisiaco dell’antichità. Iniziò quindi un’attività febbrile di scavi per riportare alla luce tutto ciò che rappresentava una testimonianza del passato, trasformando l’Italia in una vetrina.

scavi pompei

EDB: Nasce da questi presupposti quell’attitudine alla musealizzazione del paesaggio cui accennavi prima?

PM: Certo, dimenticandoci però che quello stesso paesaggio che si è voluto immortalare e sacralizzare non era che il frutto di una continua evoluzione durata millenni. Il paesaggio è una creazione dell’uomo, e muta insieme al suo mutare. In buona sostanza si può affermare che senza uomo e senza cultura e senza società non esiste nemmeno il paesaggio, ma esiste solo la natura. In Italia, invece, resta latente il timore di confrontarsi alla pari con l’antico; in un certo senso il timore di contaminarlo con il contemporaneo, come se quello fosse un tabù da sacralizzare e non toccare…

EDB: Da questo deriva un complesso di inferiorità dell’architettura  contemporanea nei confronti di quella antica?

PM: Fino alla metà del XX secolo qualunque artista ha sempre operato secondo il linguaggio della propria epoca, adesso invece si ha il timore del confronto e spesso si opera nei nostri centri storici scimmiottando un presunto stile antico. Si badi che non è l’imitazione colta del passato come modello ma, troppo spesso, una volgare imitazione in stile frutto della più completa ignoranza del passato. Ti faccio un esempio molto semplice: quando a Filippo Juvarra venne commissionato di intervenire sulla facciata di Palazzo Madama a Torino, egli non ebbe certoemilio dal bo intervista paesaggio il timore di sostituire la facciata preesistente (peraltro non eccezionale) con una in pieno linguaggio a lui contemporaneo. In quel caso si trattava addirittura di una porta romana trasformata in castello quattrocentesco e poi in palazzo nobiliare barocco! Sono convinto che anche oggi esistano architetture in grado di competere alla pari con quelle antiche; e non bisogna pensare che se un edificio ha molti anni esso sia necessariamente di valore… spesso il passare degli anni rende più familiari e dunque apparentemente più piacevoli anche edifici pessimi. Per tornare al paesaggio, penso che anche in questo campo, troppo spesso, il linguaggio contemporaneo sia avvertito da noi in Italia come estraneo, e allora si preferisce ricorrere a scelte stilistiche che non rispecchiano altro che la povertà di gusto

 

EDB: Che dire invece dello stato di completo abbandono di moltissimi territori della nostra penisola?

PM: La società italiana, a differenza di quelle del centro-nord Europa, ha pochissimo spirito comunitario. Ciò che è pubblico qui in Italia è di nessuno, altrove è invece di tutti. Un semplice assunto che però riflette un errato o mancante concetto di bene pubblico e che si riflette, se ci pensiamo bene, anche in un concetto di limite e di confine che determina l’immagine del paesaggio urbano, periurbano e rurale: da un lato tutte le proprietà private sono recintate e tutto ciò che sta aldilà della recinzione è terra di nessuno, dall’altro lato, all’opposto, non ci sono limitazioni all’espansione dei centri urbani e le città – basta percorrere la pianura padana – tendono ad occupare senza limiti tutti gli spazi disponibili e “deboli”. Per fortuna, in questi ultimissimi anni si sta cominciando a riflettere sul rapporto città-campagna che, attraverso una nuova politica agricola e, soprattutto, con l’introduzione di politiche di coltivazione delle città, potrebbe limitare quella espansione incontrollata e “cinturare” il territorio urbano. Quello dell’agricoltura urbana e periurbana, in un’epoca di forte crisi del modello industriale, può diventare il tema dello sviluppo dei prossimi decenni e l’Italia potrebbe esserne l’ambasciatore. Certo, bisognerà spiegare a molte anime semplici che molti dei boschi spontanei che sono nati nei nostri territori e che secondo alcuni sono da difendere, sono invece frutto dell’abbandono dei terreni agricoli, di quell’uso agricolo che è stato il primo fattore di costruzione e modificazione del paesaggio italiano.

EDB: E delle campagne di opinione per fermare il “consumo di suolo”?

paolo mighetto architetto 2PM: Anche questo è un tema ambiguo. Si confonde il consumo di suolo con la cementificazione ma non si pensa che anche sottrarre una coltura produttiva per impiantarci colture di mais per le biomasse, a tutti gli effetti un uso agricolo, non è meno degradante per la biodiversità del nostro paesaggio. Anche l’utilizzo agricolo è un consumo di suolo, quindi non si tratta solo di cementificare; costruire ciò che è utile alla comunità è un modo di costruire il paesaggio e forse migliore che lasciare un’area all’abbandono e al gerbido, vero? Più che parlare di consumo di suolo zero (il che è una sciocchezza) bisognerebbe finalmente parlare di migliore uso del suolo. Il problema resta allora “solo” quello di decidere cosa possa essere meglio per il paesaggio e per il nostro benessere…

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