La Gola e gli scritti di Alberto Veca. Nutrirsi di immagini

di GIULIO CEPPI

La volontà di pubblicare una selezione di Articoli di Alberto Veca, poeta visivo, docente, critico d’arte ed grande esperto di iconografia, usciti sulla celeberrima rivista La Gola negli anni 80, ha per lo meno una duplice motivazione:

– restituire al lettore una parte importante e notevole degli scritti di Alberto Veca usciti su la Gola, precisamente tra il 1984 e il 1991, quindi nell’arco di 7 anni, come integrazione e continuazione della pratica attenta dell’Archivio Alberto Veca, gestito dalla moglie Ida

– inquadrare quanto sopra all’interno di un prodotto editoriale unico nel suo genere e di grande valore storico e culturale, come è appunto stata l’esperienza de LaGola

Al fine di rendere più tangibili queste ambizioni, ci è sembrato opportuno condividere il lavoro con alcuni amici e compagni di avventure:

– Alberto Capatti e Giacomo Mojoli, che sono stati tra i protagonisti della stagione de LaGola e credo ne possano raccontare le gesta e le vicende da assoluti conoscitori e membri partecipi

– Valeria Bucchetti e Giovanni Baule, docenti e colleghi al Politecnico di Milano, che possono restituire il valore de La Gola nel tracciare una diversa iconografia del cibo in Italia, anche analizzando la particolare qualità grafica ed editoriale del prodotto rivista.

Così facendo abbiamo spero facilitato il lettore nel comprendere meglio il lavoro di Alberto Veca, anch’egli attivo e partecipe membro di redazione de LaGola e il valore del suo contributo in un periodo culturale diverso da quanto viviamo oggi, in cui il cibo sembra essere assunto a argomento scontato e a tutti noto. Non si trattava infatti di una masnada di intellettuali bizzarri, crapuloni amanti del buon bere e del buon mangiare (anche se queste attività erano per certo condivise e partecipate da molti), ma di un gruppo interdisciplinare di appassionati di cultura materiale, ognuno dal proprio specifico punto di vista. Tra i collaboratori possiamo citare anche solo alcuni nomi noti come Giorgio Bocca, Gianni Brera, Eleonora Fiorani,  Manuel Vazquez Montalban, Pietro Leeman, Claudio Sadler, Luca Vercelloni… per cogliere  il mix di arte, letteratura, design, cucina, antropologia…e non solo. Credo infatti che il sottotitolo stesso del LaGola, ne espliciti bene il concetto, senza bisogno di ulteriori commenti: Mensile del cibo, del vino e delle tecniche di vita materiale. In tale spirito si inserisce per certo il contributo teorico e la partecipazione attiva di Alberto Veca, che in quegli anni si occupava parallelamente di critica d’arte contemporanea collaborando con numerose gallerie milanesi e non, di iconografia barocca e di nature morte secentesche in Europa (soprattutto attraverso la sua collaborazione con la Galleria Lorenzelli di Bergamo), ed infine di comunicazione visiva e grafica attraverso la sua attività alla Scuola Politecnica di Design, dove ho avuto la fortuna, da suo impenitente allievo, di incontrarlo proprio nel 1984. Si capisce allora come non potesse non piacere ad Alberto un luogo di confronti di saperi diversi e discipline complementari che ruotassero intorno alla tematica della cultura materiale (anzi, delle sue tecniche…) e della filiera alimentare, come la definiremmo oggi.

Argomenti che non erano certo sfuggiti ad altri soggetti presenti in redazion e allora, quali Massimo Montanari, Folco Portinari od Emilio Tadini, per fare solo 3 nomi. Non sta certo a me dirlo ed argomentarlo, ma credo sia un dato evidente come LaGola sia stato l’incubatore di una successiva e diversa esperienza come Slow food, che a sua volta lo è stato, altrettanto diversamente, di un fenomeno commerciale come  Eataly. Dice infatti Giacomo Mojoli, nel suo interessante saggio La Gola comincia dove la lingua finisce, all’interno del volume: “Non era facile, è bene ricordarlo, e tanto meno scontato in quegli anni, mettere al centro della ricerca e dell’indagine culturale il cibo e la sua complessità. Il contrario di quanto accade oggi dove, disquisire e sproloquiare sul cibo è divenuto cosa gratificante, che può far pure “figo”, anche in virtù  di un dopo Expo 2015 che ha reso politically correct portare il fenomeno negli ambienti accademici. Negli anni della Gola, nelle sedi ufficiali della cultura, almeno in periferia, tutto questo era guardato con sospetto e sufficienza e, in particolare da parte dell’intellighenzia di sinistra, l’accusa più leggera nei confronti di chi si occupava intellettualmente di gastronomia era di essere “militanti della crapula” o, nella migliore delle ipotesi, di appartenere alla cosiddetta e disprezzata gauche-caviar. Non si era intuito, anche per miopia politica, che tramite La Gola stavano nascendo i presupposti di quella che poi, dopo un’appassionante gestazione culturale, a distanza di anni, prima con Arcigola, e in seguito con Slow Food, sarebbe stata la nuova e singolare stagione della “gastronomia politica”, intesa nella sua accezione più innovativa e globale.   Non fu un caso, quindi, che Carlo Petrini comparisse tra i Consulenti della Rivista e che s’incontrasse periodicamente con alcuni dei suoi principali protagonisti, come pure fu evidente “lo zampino” di Gianni Sassi nella definizione grafica (un’immagine rinascimentale di una grande pentola) della tessera del 1987 di adesione ad Arci Gola.”

Comprendere il valore della filiera – Quando ci siamo avvicendati per la realizzazione del volume, oltre alle motivazioni precedenti, mi è sembrato importante che un altro aspetto fosse ben in evidenza nel libro: il fatto che Alberto Veca avesse colto appieno, credo in piena empatia e risonanza con la stessa redazione de LaGola, che il cibo non fosse solo “spettacolo”, ma soprattutto “filiera”, e che quindi ci si dovesse occupare dell’intera catena del valore della produzione gastronomica, dal campo fino al rifiuto. Oggi diremmo, con più moderna (e oramai altrettanto abusata) espressione from cradle to grave. Si intenda comunque che negli scritti di Alberto il procedere è casuale e non ha un valore sistemico, ma quando abbiamo appunto deciso di verificare se potessimo riorganizzare gli scritti in 5 punti, ovvero:

Produzione – Oggi forse abbiamo tutti compreso il valore della celeberrima locuzione” Mangiare è un atto agricolo”, ma certamente così non era per tutti nella prima metà degli anni ’80.

Alberto ci mostra come temi quali il campo, l’orto, il giardino delle ortaglie…ma anche il macello o la stalla, facciano soprendentemente  parte dell’immaginario artistico di pittori e illustratori, rappresentando di fatto la prima parte della catena alimentare.

Può essere la rappresentazione attraverso un viaggio fantastico dentro la bocca di Pantagruel, presunta soglia dell’inferno, piuttosto che nel luogo recintato (e quindi proibito) del giardino paradisiaco o dell’ hortus conclusus: comunque sia già nel Medioevo sembrava innaturale (e quindi prezioso) concentrare la ricchezza della natura in un unico luogo ed era evidente quanto l’uomo potesse incidere sui cicli della terra.

Mercato e vendita – Il mercato non è prerogativa dell’ambito urbano, come oggi ci è forse facile credere, ma spesso nasce nella raffigurazione pittorica in quanto parte della scena agricola e del campo, quale momento di celebrazione dell’abbondanza.

Alberto ci mostra come scene di ebbrezza e gioco si aggiungano al mero atto commerciale e alla volontà di disporre ed esporre la varietà del mondo naturale. I soggetti inanimati di frutta e verdure sono nel Seicento gli stessi che poi emergeranno dalle tele di un van Gogh o di un Cezanne, in cui la solidità contadina delle cose è strumento di pace e serenità, generato dell’atto stesso del dipingere: l’accumulo  dei prodotti naturali nel mercato rionale lo trasforma progressivamente nel luogo nostalgico di relazione con la campagna lontana, in una città sempre più moderna, quindi aliena e impersonale.

Cucinare e preparare – Forse non è a tutti chiaro il valore documentale di una pittura di genere come la natura morta per descriverci la cultura materiale e alimentare di Cinquecento, Seicento e Settecento in terra francese, italiana, spagnola e fiamminga, solo per citare le principali scuole pittoriche: oggetti, materiali, prodotti alimentari e specie vegetali e animali, sono spesso descritte con dovizia e meticolosità, seppure intrise di simbolismi e allegorie. Ne emerge spesso il lato “non visto” della domesticità dell’epoca, le cucine e le tavole di lavoro Alberto ci indica come la tragicità che accomuna l’uomo e gli oggetti prenderà con il tempo il sopravvento (si pensi a Goya) per fare poi della materia e della sua allusività il mezzo per dichiarare la progressiva perdita di identità del tutto, attraverso la totale e fatale simbiosi tra cuciniere e cucinato. 

Presentare e apparecchiare – Che sia carica di commensali, come le infinite varianti dell’ Ultima cena ci consentono di apprezzare, piuttosto che priva di presenza umana, il tema della tavola apparecchiata ha una tradizione di assoluto rispetto nella storia dell’arte.   Alberto ci insegna come  in nature morte, vite silenti, nature in posa…nonostante la fissità della pittura, l’autore, fiammingo o italico che sia,  voglia sempre cogliere la vita, mettendo l’apparenza a confronto con l’infinito del tempo. Sulla tavola si incontrano allora la testa dell’anabattista piuttosto che le prede di una battuta di caccia o la frutta e i fiori della stagione, ma sempre si consuma una cerimonia, sottendendo un piccolo dramma: la mimesi della pittura mette in scena , attraverso la meraviglia della tavola apparecchiata, la caducità e l’indeterminatezza del mondo.

Avanzare e riciclare – La pittura degli avanzi del pasto è quanto di più sinestesico si possa immaginare: non solo disposizione e architettura, presenza di sofisticato e quotidiano, di solido e liquido, ma anche di altri piaceri, dalle pipe per il tabacco alla musica.   Alberto sottolinea come l’uomo abbia abbandonato la scena, ma come ancora sono vivi ed evidenti gli indizi del suo passaggio: brevità, fragilità, sono i moniti di un’apparecchiatura scomposta e vissuta. Al limite potremmo immaginare una reazione di disgusto, una repulsione che genera interruzione e quindi allontanamento: il cibo diventa veleno, corruzione, eccesso, insieme con alcol e droghe. Resta invece il rifiuto e l’avanzo a fungere come monito,  richiamo riformista alla morigeratezza, ma anche a volte come ambiguo auspicio di prossime e future libagioni. Nel tutto è sempre sottesa la presenza umana: senza civiltà dell’artificiale non si da avanzo e la natura infatti, come oggi ben sappiamo, non conosce tale concetto.

Durante la curatela del volume, insieme ad Ida Regalia, moglie di Alberto e oggi responsabile dell’Archivio Alberto Veca, ci siamo resi conto che vi erano sempre più articoli per ognuna di queste voci, benchè non fossero certo una scelta dichiarata esplicitamente dall’autore. Tuttavia posso testimoniare per esperienza diretta che Alberto già avesse chiara coscienza dl valore di ragionare su un’iconografia estesa dell’atto alimentare e gastronomico, che andasse quindi oltre il tema celebrativo del cibo e l’idea di un’iconografia sempre e solo preziosa e spettacolarizzante del cibo, oggi come in epoche passate. Ricordo infatti che quando nel 1991 ragionammo insieme in occasione di Neolite-Metamorfosi delle plastiche, primo progetto di design, concretizzatosi in un’esposizione alla Triennale di Milano, sui primi materiali di riciclo e sulla dignità quindi del rifiuto, con estrema celerità mi propose di meditare emblematicamente su quel “pavimento non spazzato” di Heraklitos, ovvero un mosaico del II sec. D.C. che riportava in senso scaramantico gli avanzi abbondanti di un opulente banchetto: immagine da lui impiegata ne “Gli avanzi del pasto” già nel 1984. Oggi, a quasi 30 anni di distanza, credo siamo tutti in grado di cogliere la potenza dell’intuizione de LaGola e del contributo specifico di Alberto sull’iconografia del cibo inteso appunto come filiera, come sequenza a volte anche apparentemente banale di operazioni a monte e a valle dell’atto di consumo. Citando ancora Giacomo Mojoli: “La Gola non rappresentò una semplice rivista di settore, nemmeno un periodico specialistico di confronto sul cibo e sul gourmettismo. Essa prefigurò nel suo “pensare” e nel suo “fare editoriale” attorno “all’approfondimento delle culture materiali”, quello che sarebbe divenuto lo stile e la mission di un Movimento come Slow Food: l’idea di una gastronomia, e con essa delle materie prime, che comportava una ricerca sul campo, sul territorio, di tipo antropologico, alla scoperta delle “tecniche di vita materiali”, delle fonti e delle storie dei principali attori della qualità. Ecco allora che rappresentare il cibo e intenderne l’iconografia vuol dire anche occuparsi del bue squartato e del fuoco, del mercato, della cucina e del pasto degli inservienti in essa consumata, piuttosto che del disgusto e della repulsione: aprire lo spettro del visibile e dei suoi rimandi, mai definirlo per certo e chiuderlo in una presuntuosa definizione. Questa per certo, ma non solo, è la lezione di Alberto Veca e per cui gli saremo sempre cari e riconoscenti, e per la quale continueremo, in sua memoria, a nutrirci (anche) di immagini.

Celebrare l’interdisciplinarietà: La Gola e gli scritti di Alberto Veca (“Nutrirsi di immagini” a cura di Giulio Ceppi per LISTALAB edizioni, Rovereto, 2017) 

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