Il cavaliere mascherato di Milano

Non ho mai sentito di un tale chiamato Elia Festa, nato, cresciuto e innamorato di Milano. Siamo più di un milione in questa città a vivere felici senza sapere della sua esistenza; che differenza potrebbe fare incontrarlo?

Una sera la mia amica Rosa mi invia un messaggio chiedendomi se avrei potuto sostituirla solo per un giorno nella galleria dove lavora. Avrei dovuto accogliere i visitatori che, a suo dire, sarebbero stati pochi e non mi avrebbero infastidito con domande assillanti. Ho pensato ottimo, accetto volentieri, guadagnerei dei soldi per non fare nulla. Verso l’una e mezza del giorno successivo mi sono presentato in Corso Magenta 59, lego la bicicletta e osservo il Palazzo delle Stelline. Il sole ne colpisce la facciata lasciando in ombra gli altri edifici quasi fosse un segnale divino, una cometa che aveva già programmato di condurmi fino a lì. Confesso di non essermi mai inoltrato in quel ramo di Corso Magenta e averlo raggiunto è stato una sorta di viaggio di esplorazione nella mia città natale.

Il via vai di passanti nell’ora di pranzo trascina con sé il profumo di caffè nebulizzato nell’aria, l’odore di focacce e il silenzio spettrale. L’arrivo di Rosa mi risveglia, ci salutiamo e insieme varchiamo gli alti cancelli del palazzo. Appena entrati, davanti a me si apre una parete di vetro che concede agli occhi di spalancarsi alla luminosità del chiostro centrale ricco di vegetazione e impregnato di una calma surreale. Camminiamo lungo il perimetro lasciando che il verde del piccolo eden ci scorra accanto. Mi accorgo che il suolo cambia di consistenza e assume forme geometriche liquide bianche e nere. Il pavimento tessile intrappola i miei piedi nella sua trama finissima e quelle onde cromatiche mi conducono verso l’entrata della galleria. Mi sento rapito e osservo Rosa camminare su quell’acqua fotografica. Arriviamo alla porta d’ingresso. Una gigantografia di Milano riempie il lato sinistro della stanza provocandomi delle vertigini, come se guardassi la città dalla cima di un grattacielo, con i palazzi che assumono la forma che avrebbero voluto avere se avessero potuto decidere da soli. Sulla destra Rosa mi indica la sedia sulla quale trascorrerò le prossime ore, mi dice di non essere timido e presentami, che avremmo fatto amicizia, prima o poi. Mi sorride, mi volto un istante, mi rigiro e vedo la scia dei suoi capelli ricci che fugge verso l’uscita. Rimango in piedi solo e spaesato senza sapere cosa aspettarmi o cosa dover fare.

La scrivania è un mosaico di opuscoli e articoli di giornale. Il catalogo della mostra emerge dal mucchio e la copertina liscia riporta il nome dell’artista: Elia Festa. Per me un’entità astratta, un nome senza volto né corpo. Decido di sfogliare il catalogo. La prima pagina riporta una poesia intitolata “Il grande amore”. Leggendola capisco come la gigantografia di Milano e le parole ben dosate della poesia siano legate insieme dal titolo della poesia stessa. Finisco di leggere la biografia e le ultime pagine mi rimangono come incollate alle dita, non vorrebbero voltare la pagina che stanno tenendo salda e contemporaneamente vorrebbero che ce ne fossero altre mille uguali a quella da sfogliare. Mi lascio andare sullo schienale della sedia e guardo il soffitto per riprendere fiato, per tornare alla mia vita dopo aver vissuto quella di Elia. Ora voglio la prova fisica della sua esistenza.

Dalla porta una sagoma statuaria entra guardandosi intorno.

«Buongiorno» dico.

«Tu sei l’amico di Rosa? Elia Festa, piacere».

Lo fisso per un istante incredulo che si sia materializzato proprio lui, proprio in quel momento.

Ok magari è un’allucinazione in fondo sei qui da quanto tre quattro ore magari il tuo cervello ti ha abbandonato.

«Massimo» dico balbettando.

«Forza andiamo».

Mi alzo di scatto e lo seguo. Non è stato difficile unire ciò che avevo letto di lui con la sua figura, il modo di parlare e l’atteggiamento che mette a proprio agio. Una persona chiara e onesta proprio come le sue foto.

Drappi sinuosi vengono giù dal soffitto accogliendomi all’interno della mostra. Una luce soffusa abitua l’occhio alle condizioni di lavoro in camera oscura, trasportandoti all’istante nella dimensione di un obbiettivo fotografico, sparandoti nella mente di Elia.

«Questi sono i miei primi lavori. Ho iniziato quando avevo quindici anni e al tempo conoscevo due cose: il tram, anzi i tre tram che usavo per andare a lavoro, e le michette che ogni notte preparavo. Milano a quei tempi era per me i passeggeri del tram, l’odore del lievito, la farina sulle mani e il canto degli uccelli all’alba quando tornavo a casa».

Poche stampe e si comprende subito lo sguardo che Elia aveva fin da piccolo nei confronti della sua città, appunto “Il grande amore”. Uno sguardo critico della quotidianità senza che i giudizi contaminino la pura interpretazione e sperimentazione.

«Intorno alla fine degli anni settanta ho cominciato a lavorare nelle pubblicità, poi sono passato a…»

Le sue parole si impastano con le immagini che ricoprono le pareti e per ognuna, anche per la più insignificante agli occhi di un visitatore, Elia ha una storia che ne spiega l’essenza e ne inquadra il valore storico di quel tempo. Ebbro dei volti della Milano da bere e ipnotizzato dalle parole, proseguo nel viaggio sempre più introspettivo e astratto. Le curve dei drappi, mi dice Elia, sono la riproduzione architettonica del profilo di una modella, le curve rappresentano la perfezione della natura e la sinuosità della bellezza. Vengo completamente assuefatto, come accade per il profumo di un libro nuovo, in cui la chimica degli inchiostri si mescola ai neuro recettori e ti immerge in quell’oggetto, in quella situazione, fondendo emozioni e aprendoti la mente a quell’esperienza. Sto vivendo Milano, la Milano che non ho mai visto, la sua storia le sue viscere, che ora sono lì di fronte a me, filtrate dallo sguardo di Elia. L’evoluzione di un uomo attraverso la sua città, nella crescita interiore per una visione d’insieme, più astratta, d’amore puro, eppure essenziale e istintiva. Torniamo alla luce.

«…La mostra, spero ti sia piaciuta. Ora torna al lavoro, va là!»

Faccio cenno di sì con la testa, ma come potrei sedermi su una sedia e rimanere fermo quando una città nuova, appena conosciuta è lì fuori ad aspettare che la esplori. Mi sento come un turista in un terminal senza la stanchezza del viaggio, ma solo con l’euforia della scoperta.

Conclusa la giornata Elia mi accompagna verso l’uscita. Nel crepuscolo bronzeo ci salutiamo.

«Grazie Elia»

Lo guardo e ci stringiamo la mano. Voglio allontanarmi ma Elia mantiene la presa.

«Benvenuto nel mio mondo, dal quale farai fatica ad uscire»

Mi lascia la mano. Slego la bicicletta e istintivamente mi addentro nella zona ancora inesplorata di Corso Magenta, verso l’ignoto, verso la mia nuova Milano.

Massimo Vignati

PRIMO POMERIGGIO 1

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